Bologna Children’s Book Fair 2017 – Immersione nella fantasia – Parte prima

Ce l’abbiamo fatta!
La mia mamma ed io siamo andate a visitare la fiera del libro per ragazzi anche quest’anno e siamo tornate cariche di entusiasmo e con gli occhi stracolmi di immagini fantastiche dopo aver esplorato in lungo e in largo tutti i padiglioni, con un’attenzione particolare, anche questa volta, per quello che ospitava la Mostra degli illustratori.
Abbiamo macinato metri e metri di pannelli pieni di disegni, libri, cartonati, e pure qualche ricamo, abbiamo scoperto nuovi autori a cui appassionarci e ritrovato qualche vecchia conoscenza, abbiamo apprezzato particolarmente qualche scelta editoriale e gustato con piacere un paio di strategiche scelte di marketing, ci siamo meravigliate, divertite e sicuramente anche un po’ stremate dalle ore passate in piedi… Alla fine della giornata eravamo cotte, ma ne è valsa la pena!

Appena entrate, ci siamo tuffate immediatamente in quel mare magno che sono ormai i “Muri degli illustratori”, costellati di poster, cartoline e biglietti da visita uno più interessante dell’altro: sembravano non finire mai!
Ad ogni angolo spuntava un nuovo collage da esplorare, che si espandeva fino a terra e oltre, quasi a voler prendere l’ascensore alla conquista del piano di sopra, come un bellissimo rampicante multicolore in continua crescita…
Mentre c’era chi ancora lo arricchiva con nuove proposte, noi abbiamo attinto con cautela solo dalle “cassettine” in cui erano diponibili ancora molti bigliettini e cartoline… uno spettacolo comunque da guardare e, quantomeno, da fotografare!

Poi ci siamo dirette alla mostra degli illustratori, che aveva un piccolo “preludio” che ci ha piacevolmente sorpreso: IllustEATing, una raccolta di illustrazioni dedicate al tema del cibo, con immagini di pasti e tavolate più o meno surreali… per noi appassionate di cibo e di tutto ciò che ruota intorno a questo tema, una bellissima introduzione alla giornata!
Si trattava di una mostra personale di Rotraut Susanne Berner, vincitrice del Hans Christian Andersen Award 2016, che ha illustrato anche uno dei miei libri preferiti, “Il mago dei numeri” di Hans Magnus Ezensberger.

Voltato l’angolo, siamo passate alla mostra di Juan Palomino, vincitore del Premio Internazionale d’Illustrazione Bologna Children’s Book Fair – Fundación SM 2016, con le immagini tratte dal libro “Antes del primer día”, molto suggestive  e presentate anche in maniera molto avvolgente, dato che i pannelli che facevano da supporto alle cornici erano essi stessi riempiti dalle illustrazioni dell’autore.
C’era anche un monitor in cui scorreva un video di un’intervista a Juan Palomino, mentre purtroppo non era possibile sfogliare il libro in questione, se non mi sbaglio, dato che le sole tre copie esposte in quella sede erano chiuse in una teca… poco più in là, però, nello spazio delle vendite, ce n’era una copia a cui ho potuto dare un’occhiata con più calma (“calma” si fa per dire, dato che il bookshop era praticamente assediato dai visitatori ed il tempo di sosta massima apparentemente consentita dal flusso di gente alle proprie spalle si aggirava intorno ai 30 secondi…) e, insomma, mi è sembrato proprio un bel volume.

A questo punto abbiamo rivolto la nostra attenzione alle opere di tutti gli altri autori protagonisti della Mostra degli illustratori 2017… una raccolta variegatissima e proprio per questo davvero interessante, che farà tappa anche in altre città in giro per il mondo e che celebra il 50° anniversario di questa bella iniziativa. Sul sito ufficiale della Fiera scopro anche che le tavole originali della Mostra verranno esposte dal 9 aprile al 7 maggio 2017 al Museo Archeologico di Bologna… chissà se riusciremo a fare un salto!
Intanto, mi accontento di tornare col pensiero al giro fatto tra le tavolate in cui erano esposte tutte le immagini in mostra… che meritano decisamente un capitolo a parte!

Bologna Children’s Book Fair 2014 – La meraviglia fatta carta – parte quinta

Sono passati ormai quasi tre anni dalla nostra ultima visita alla Fiera del libro per ragazzi, ma ricordo ancora la sensazione di sorpresa che ci colse alla fine della giornata, quando arrivammo al termine di tutti gli stand degli editori e ci ritrovammo immerse in un labirinto di immagini… un altro padiglione pieno di illustrazioni e mostre tematiche da esplorare!

C’erano alcune mostre individuali, come quella di Clementina Mingozzi, molto suggestiva, ed altre invece collettive, come un’ulteriore mostra internazionale degli illustratori e una serie di raccolte organizzate in base a premi e concorsi, come quella dei libri senza testo, con storie raccontate unicamente attraverso le immagini. Una mostra molto particolare, che mi ha emozionato molto, è stata quella delle opere dei bambini del ghetto di Terezin in epoca nazista, agghiaccianti e tenerissime allo stesso tempo.

Chissà cosa ci aspetterà questa volta… siamo praticamente alle porte, la prossima settimana ci aspetta un’altra immersione e sono proprio curiosa!

 

 

Memorandum da una serata anomala

Che bello andare in bici la sera, quando per strada non c’è quasi nessuno e si respira già nell’aria qualche profumo della primavera e non lo scarico dei motorini in fila al semaforo davanti a te.

Che bello perdersi in periferia, tra una traversa e l’altra, e cercare invano nella cartina stampata al volo prima di uscire la direzione giusta e ricordarsi che c’è pure  un GPS del telefono che può almeno farti capire che stai andando proprio nel senso opposto a quello che dovevi prendere e finalmente trovare la strada che ti serviva ed era proprio dietro l’angolo e c’è pure un parcheggio per le bici.

Che bello godersi uno spettacolo di teatro in una location anomala come una chiesetta sconsacrata, un oratorio anzi, tutti compatti a ridosso del palco, quasi a far parte del palco anche tu, e sentire una immediata complicità con gli altri spettatori e con le due attrici in scena, e passare una serata di risate e leggerezza.

Che bello ritrovare la bici illesa alla fine della suddetta serata e canticchiare nel percorso di ritorno individuato sostanzialmente “a occhio”.

Che bello concludere davanti a una pizza con molteplici chiacchere fatte di ricordi più o meno limpidi e riflessioni più o meno serie.

Che bello passare serate anomale e pedalare per nuove mete.

Devi ricordarmi di avere meno remore e di farlo più spesso.

Perdersi

A volte ci vuole anche quel momento in cui ti perdi e non ti accorgi del tempo che passa e non ti accorgi nemmeno che non te ne stai accorgendo.
Mi manca questa sensazione di libertà di dedicare il mio tempo a qualcosa che mi assorbe talmente da farmi perdere i contatti con il resto della realtà. Non per sempre, ma quel tanto che basta da mettermi davvero “altrove” per un pochino, per poter tornare poi più serena e carica di energia.

Ho trovato che la corsa mi fa questo genere di effetto e in quest’ultimo periodo, in cui sto uscendo meno, ne sento molto la mancanza.

Ogni tanto, se una storia, un libro o un film o una serie, mi ha preso molto, arrivo anche a notte inoltrata pur di vedere come prosegue e smetto solo quando proprio non reggono più le palpebre.

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In questi ultimi mesi mi sono ritagliata qualche spazio di questo tipo anche con un’amica con cui dedico una serata al disegno. Mi piace molto, mi riporta a quando ero ragazzina e mi sento euforica alla fine e non smetterei fino a notte fonda.

Anche scrivere mi fa questo effetto.
Tutto probabilmente è nato dalla bellissima abitudine che avevamo io e la mia mamma, ai tempi dell’asilo, di scrivere un diario insieme su quello che mi era successo durante la giornata…

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C’è stato un tempo, tutta l’adolescenza direi, in cui sono stata una grafomane accanita: ho pagine e pagine di pensieri scritti su quaderni, fogli e carte di varia origine… poi mi è passata la mania di annotare tutto, ma mi è rimasto l’amore per la scrittura, per la costruzione di un ragionamento in forma scritta, per la messa in ordine del mio grumo di pensieri
Agli albori del mio rapporto con i computer e con internet, complici prima i forum e poi Serialmente, ho mantenuto viva l’abitudine di dedicare un po’ del mio tempo, più o meno regolarmente, alla riflessione e alla rilettura dei miei pensieri… poi, per una serie di fattori, tra cui un lavoro decisamente totalizzante e snervante, ho rallentato il ritmo fino a perdere quasi completamente questa abitudine…
In questo periodo mi ritrovo a pensare che probabilmente è un esercizio che mi faceva molto bene, anche psicologicamente, una forma di estraniazione che mi aiutava davvero a recuperare soddisfazione e serenità da riversare anche sulle altre attività del mio quotidiano…
Chissà se riuscirò a ritagliarmi questo genere di spazi più di frequente…

Bologna Children’s Book Fair 2014 – La meraviglia fatta carta – parte quarta

Sono passati ormai tre anni da quando mia mamma ed io siamo andate in visita alla Fiera del Libro per Ragazzi ed io non sono mai riuscita a completare il reportage che mi ero ripromessa di scrivere su quel bell’evento.
Forse quest’anno riusciamo a tornarci, ad aprile, e voglio proprio vedere se riesco a pubblicare tutto quanto prima di allora!

Ho già raccontato delle nostre prime due tappe: la mostra degli illustratori, con la sezione speciale dedicata a Satoe Tone, e l’esposizione del Brasile… dopo quella abbuffata di immagini ci siamo dirette ai veri e propri protagonisti della fiera: i libri!

Gli stand delle varie case editrici erano davvero tantissimi, sembrava una enorme libreria, in cui perdersi per ore ed ore a sfogliare volumi e volumetti di ogni colore, dimensione e lingua.
Molti stand avevano uno stile peculiare: chi ha appeso cartonati più o meno grandi e suggestivi, chi ha previsto delle seggioline per piccoli lettori, chi ha esposto in bella mostra intere collane, chi solo qualche illustrazione ben evidenziata…

La maggior parte aveva comunque uno spazio dedicato agli incontri “d’affari” per concordare eventuali collaborazioni con chi avesse preso un appuntamento o volesse approfondire una potenziale opportunità di dialogo.

Noi ci siamo aggirate tra le corsie, osservando e commentando quanto fossero più o meno invitanti ed accoglienti i vari stand, lasciandoci ammaliare dai piccoli omaggi che qualcuno offriva: principalmente segnalibri, cartoline e cataloghi, ma particolarmente graditi, a metà pomeriggio, sono stati pure dei pistacchi dall’espositore siriano, se ben ricordo.

I padiglioni della fiera brulicavano di persone e noi abbiamo approfittato degli spazi tra un edificio e l’altro per fare uno spuntino e respirare un poco di aria fresca.

Ricordo che da piccola, quando andavamo alla fiera del libro, questi spazi erano invece semi-deserti: non che non fosse frequentata, anzi, il fatto è che noi potevamo accedere solo l’ultimo giorno, al pomeriggio, quando ormai era ora di smantellare gli stand e chiudere baracca e burattini. Vuoi per pigrizia, per la fretta, per la sconvenienza di staccare proprio tutto, o forse anche per generosità, chissà, fatto sta che gli espositori lasciavano molto spesso poster e cataloghi in giro, talvolta pure qualche vero e proprio libro, e noi ne approfittavamo per raccogliere ciò che era stato ormai abbandonato.
Io ci facevo collage e quadretti ed ho tutt’ora due poster appesi nello studio risalenti a quelle occasioni e un paio di libri tra gli scaffali.
Per tanto tempo ho anche conservato qualche libro per me completamente intraducibile, con il testo in ideogrammi, credo coreani, pensando che prima o poi poteva capitare qualcuno che me li sapesse leggere: qualche anno fa mi sono decisa a regalarli alla biblioteca comunale per ragazzi, che ha una bella sezione di libri in lingua originale.

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Trovo molto suggestiva l’idea che un bambino, che ancora fatica a leggere nella sua lingua madre e quindi ha un rapporto particolare con i libri, possa trovare a portata di mano anche un libro in un’altra lingua, con un altro alfabeto, e tramite le illustrazioni farsi già un’idea della storia raccontata proprio come fa con quelli nella sua lingua, che gli è di fatto ancora quasi altrettanto incomprensibile. E poi magari trovare qualcun altro con cui approfondire quel testo, forse un altro bambino, con cui condividere la curiosità, senza necessariamente chiedere subito ai “grandi”, come li chiama la mia nipotina…
Mi piacerebbe un giorno, alla fiera del libro per bambini, vedere anche i bambini dei vari paesi, ad aggirarsi tra gli stand, ad incantarsi davanti alle illustrazioni, a commentare in cento lingue ed a sfogliare con mille mani quei libri di mille misure e colori…

Giorni

Giorni di progetti, di sfoghi, di pensieri e preoccupazioni.

Giorni di idee, di tentativi, di buoni propositi.

Giorni di cura e abbandono, giorni di attenzione e distrazione.

Giorni di necessità e istinti, di filtri e maschere.

Giorni che passano, giorni che restano, giorni che vorrei.

Piccole riflessioni sparse sul teatro a scuola

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In questi giorni è caduto il ventennale della presenza del teatro nella mia scuola superiore ed è stato organizzato un piccolo incontro per celebrare questa esperienza, in cui sono intervenute diverse figure, vecchie e nuove, che hanno contribuito a renderla possibile.

Io sono andata in qualità di ex-studentessa ed ex-allieva del corso di teatro che cominciò proprio con il mio gruppo, in quello che per me era anche il primo anno di superiori.

Dopo i vari interventi programmati, l’organizzatrice ha chiesto se qualcuno voleva dire qualche parola in più e così ho colto l’occasione per dare voce ad alcuni dei pensieri che mi erano venuti in mente ascoltando i precedenti oratori.
Come sempre, non sono sicura che, nell’euforia del momento, ciò che ho detto sia stato davvero ciò che avevo intenzione di dire, di sicuro non è stato tutto quello che avrei voluto dire ed è per questo che mi sono ripromessa di provare a mettere nero su bianco i pensieri che mi frullano in testa a riguardo.  Ed eccomi qui.

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Io ho fatto teatro a scuola per tutti i cinque anni delle superiori e per altri cinque anni, durante l’università, ho seguito dei corsi di teatro serali con la stessa compagnia che aveva organizzato i nostri corsi a scuola. Poi ho interrotto per una serie di ragioni, ma mi è rimasto sempre nel cuore il desiderio di riprendere e la nostalgia per i momenti vissuti in quelle occasioni.
Col senno di poi, posso dire che per me fare teatro a scuola non è stato come fare teatro fuori da scuola, non solo per una questione di maturità e di tipologia di spettacoli e prove, che naturalmente erano calibrate diversamente a seconda degli allievi a disposizione.

Fare teatro “a scuola” per me ha significato restare concretamente all’interno della scuola durante le ore pomeridiane, occupare un’aula e riorganizzare i banchi e le sedie in modo tale da avere spazio per muoverci, interagire con ragazzi di classi diverse dalla mia, sia più grandi che più piccoli,  confrontarmi con un adulto che non era né un mio parente o conoscente, né un mio vero e proprio professore, per quanto fosse un professionista nel suo campo, avere un impegno ed un obiettivo da perseguire senza alcun altro scopo che non fosse la soddisfazione di aver fatto e dato il meglio di me, senza alcun voto formale ed alcun giudizio definitivo, in cui le sole critiche che ricevevo erano critiche veramente costruttive, dato che chi le forniva aveva il genuino interesse a portare a termine il mio stesso obiettivo.

Poche altre esperienze di quel periodo, per quanto mi riguarda, erano dotate di analoghe caratteristiche.

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Fare teatro a scuola, dentro la scuola, all’interno delle mura scolastiche, ha sicuramente ed inevitabilmente comportato una serie di conseguenze nel rapporto che ho costruito con il mio ambiente scolastico. Intendo proprio a livello di spazi e di emozioni legate a quegli spazi.
Il vivere le aule fuori dall’orario di lezione, il vivere la scuola, l’edificio, il suo contenuto, in modalità diversa dalla solita ha sicuramente plasmato in modo particolare il mio modo di considerare tali spazi e tali contenuti.
Ti riconcilia con quella che a volte può sembrare una gabbia, con quello da cui vorresti scappare, ti fa riflettere e capire, fosse anche solo inconsciamente, che gli spazi che vivi sono malleabili, sono creati dalle persone e pertanto riconfigurabili, sono spazi che hanno uno scopo, talvolta una necessità, sono sempre frutto di un progetto, non necessariamente un progetto furbo o ben realizzato, ma che tu puoi indagare e forse modificare o addirittura scardinare.
Fare teatro tra i banchi, con i banchi a fare da strumento scenico, ti educa all’astrazione, ti fa apprezzare ed esercitare la fantasia, ti fa aguzzare la vista rispetto a ciò che è superfluo in tanti allestimenti e ti fa chiedere il motivo di quegli inserimenti.
Ci sono sicuramente tante altre attività che vengono svolte nelle aule di scuola al di fuori delle vere e proprie lezioni scolastiche, ma il teatro, con la sua carica di immaginazione e creatività e improvvisazione ed empatia, è sicuramente una delle più lontane dalla classica esperienza vissuta quotidianamente di mattina durante le ore di lezione.

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Fare teatro con un gruppo eterogeneo di persone, nel mio caso i gruppi hanno contato nell’arco di 5 anni più di 30 e non meno di 20 persone, significa avere a che fare con ragazzi di ogni classe, più o meno maturi, con cui spartire l’attenzione e l’imbarazzo di mettere in scena dialoghi e situazioni tra le più disparate. Significa creare complicità ed allenare la pazienza ed il rispetto, significa svestirsi delle proprie remore e capire quando aspettare perchè qualcuno non è ancora in grado di farlo.
Fare teatro ti consente di indossare i panni di personaggi lontanissimi da te, ti consente di mettere in scena situazioni che non avresti mai vissuto e ti consente quindi di innescare una riflessione su tutto ciò. Conscio o subcosncio che sia, il pensiero generato di fronte a questi allestimenti è sicuramente un grande stimolo per la propria capacità empatica e analitica.

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Fare teatro a scuola, non con un professore di teatro, non come materia scolastica con voti e giudizi, ma con un professionista dello spettacolo, un regista, che abbia un’esperienza sul campo alle spalle, significa avere al tuo fianco un nuovo tipo di adulto.
Io ho fatto poco sport organizzato, da piccola ho avuto degli insegnanti di ginnastica artistica e di nuoto di cui non conservo un bel ricordo, e quindi forse la mia idea di allenatore è troppo astratta, ma credo che anche chi potrebbe fare un confronto più informato direbbe che il rapporto che si crea con un insegnate di teatro è diverso anche da quello che si può avere con un allenatore sportivo.
Un insegnante di teatro, in una scuola, per un quindicenne, è un adulto anomalo: non ha l’autorità di un professore, non ha il potere dei voti, non ha e non offre la libertà di un parente, eppure conquista praticamente istantaneamente la tua fiducia, la tua confidenza e il tuo rispetto.
Non è tuo amico, è comunque il tuo regista, il tuo insegnante, ma gli dai del tu e ti fidi di quello che dice e di quello che suggerisce di fare in scena perché sai che avete lo stesso obiettivo, ossia provare a fare una bella cosa. E’ nel suo interesse, come nel tuo.
Non che i professori o gli allenatori non abbiano a cuore l’interesse dei loro allievi, ma la necessità del voto, del giudizio misurato sono inevitabilmente in conflitto con la serenità con cui si può affrontare la materia. C’è sempre un senso di precarietà, di insufficienza dei propri sforzi, di ansia da prestazione. In un certo senso è anche giusto che ci sia, si tratta di studio, è normale che ci siano delle difficoltà, è giusto che ci siano dei parametri di valutazione per l’applicazione ed il suo risultato.
In un corso di teatro a scuola si può sfuggire da tutto ciò, ci si può ritagliare uno spazio e un momento per essere imperfetti, per non stare al passo. Il nostro regista saprà trovare la parola giusta e forse non ne avrà nemmeno bisogno, perché saremo noi i primi a sentire il peso della responsabilità di rimetterci in linea con i nostri compagni. E se lo sforzo sarà troppo, se capiremo che non è il carico giusto per noi in quel momento, sarà possibile fare un passo indietro, il nostro regista saprà come aggiustare le cose e non ci sarà nessun votaccio a rovinare l’estate. E se anche arrivati allo spettacolo qualche battuta dovesse saltare ci saranno i compagni del gruppo a fare rete e ad improvvisare e via, sarà solo un ricordo, magari su cui ridere sopra.
Perchè una delle cose più importanti che ti insegna il teatro a scuola è di non prenderti troppo sul serio ed allo stesso tempo di affrontare i tuoi impegni con serietà.
Insomma, a vent’anni di distanza posso solo essere contenta di aver voluto provare a mettermi in gioco, fare teatro a scuola mi ha dato tanto (non ultime certamente due grandi amicizie), e senza dubbio lo consiglierei a tutti i ragazzi che vanno a scuola oggi e hanno voglia di provare qualcosa di diverso.

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Cose che mi tengono sveglia la notte

L’altra sera ho scoperto l’esistenza del Fertility Day e mi sono trovata a pensare e cercare e leggere opinioni. Qui sotto riporto quello che ho scritto più o meno di getto sul mio Tumblr ieri sera, constatando che nel giro di pochi giorni quello che sospettavo già dal principio era sostanzialmente corretto, ovvero che si è trattato di un epic fail mediatico da parte del ministero e che, però, il nervo scoperto toccato, la volontà e il desiderio di fare figli, è uno di quei fatti sociali di cui è ancora davvero difficile parlare in maniera chiara, perchè è sostanzialmente un tabù, sia per le persone che lo affrontano da protagonisti – chi vuole e chi non vuole e chi vuole aspettare – sia per quelli che sono gli organi istituzionali, composti comunque da persone, che dovrebbero monitorare e rendere possibile un discorso pubblico su questo tema e invece sono così imbarazzati dalle loro mancanze da censurare e distorcere il dialogo fino a farlo diventare sostanzialmente inutile, quando non completamente fuorviante.

Insomma, gran frustrazione in questi giorni.
Chissà però che tutto questo sdegno pubblico non possa diventare terreno fertile per una richiesta e qualche proposta più onesta su queste tematiche, riconoscendo i limiti di tutti e però facendo emergere anche le potenzialità, chiedendo conto degli errori e degli sprechi e delle intenzioni ultime…
Mah, vedremo.

***

(pensieri più o meno sparsi per mettere un minimo di ordine nel mio personale vortice di idee)

Io ho scoperto il #fertilityday l’altra sera, quella prima del boom di reazioni, quasi per caso, e son rimasta sveglia fino alle 2 e mezza a cercare di capire dove volevano andare a parare quelli che nel 2014 si sono riuniti per formulare il piano d’azione (che si trova qui: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2367_allegato.pdf )  da cui doveva partire la campagna di cui il fertility day era solo un tassello, un ulteriore punto di partenza; e qui veniamo alle orribili cartoline.

L’indignazione che è scattata nel vedere le cartoline, per quanto mi riguarda, non è dovuta solo al fatto che veicolano messaggi stupidi o superflui, ma al fatto che questa campagna pubblicitaria ha travisato molto il grosso del messaggio che invece sembra trasparire da quel fantomatico piano d’azione del 2014, in cui diversi consulenti hanno messo le carte in tavola ed hanno esposto problemi legati al campo medico, in primo luogo, alla diffusione di informazioni, al problema demografico e alla trasformazione della società, ruotando attorno al tema della fertilità, declinandolo però in particolare al negativo, ovvero parlando di carenza di fertilità, perdita e decrescita della fertilità, pericoli dovuti ad abitudini quotidiane, modificabili, ed a malattie più o meno inevitabili, che però comportano sempre meno, a fronte di una corretta informazione, la perdita della fertilità.
E qui casca l’asino: la corretta informazione, dove la troviamo? Eh, facciamo una campagna informativa, dai, dove la possiamo fare? Nei consultori, nelle farmacie, nelle famiglie…. e nelle scuole? manco per niente, nemmeno nel piano d’azione, eh!
A parer mio, l’educazione sessuale a scuola doveva essere la protagonista di quelle cartoline, insieme alla promozione degli esami e delle visite di controllo mediche, della regolarità delle visite specialistiche di ginecologia e andrologia, insieme alla promozione dello sport e di una vita meno sedentaria, della riduzione del fumo e, perché no, anche dell’alcol, e magari mettimela una statistica, un numero, perchè dire che fa male e che se sei vecchia fai fatica a restare incinta lo sanno tutti, tutti dai!, ma una statistica come quella della trisomia 21 pochi se la ricordano dai tempi delle superiori (a me fece una gran impressione, ma chissà quante altre ce ne sono).

Ora, tornando all’indignazione mia personale: nel piano d’azione si leggono anche non poche considerazioni superficiali e piuttosto inquietanti, specie nei passaggi di tipo socio-antropologico (già l’asino invece di cascare addirittura esplode nella prima pagina, al punto 5 della premessa, quando si presenta un “Prestigio della Maternità”, concetto da meglio delineare successivamente, ma che fa una pessima figura nella premessa di un documento pubblico).
Ma io concedo attenuanti, perché sono fiduciosa nell’umanità, in fondo.
Concedo che 137 pagine per parlare di un sacco di roba, di questo calibro, poi!, sono di fatto poche. E infatti dovevano essere un punto di partenza, da approfondire. Figuriamoci 6 slogan da cartolina, quanto possono essere poche le parole spese.
E qui però mi scatta la frustrazione. Qui, rimango basita, perplessa, sconcertata e poi mi incazzo.
Perché le 137 pagine sono un documento tutto sommato interno, per addetti ai lavori, pubblico, ok, ma non destinato alla propaganda.
Lo slogan no. Per sua natura intrinseca, lo slogan è sintetico e tanto più difficile da formulare con la necessaria precisione ed efficacia, rispetto a una composizione saggistica di mille pagine. Se la riflessione me la affidi a 20 professionisti presumibilmente seri, tra professori universitari e medici primari, lo slogan a chi me lo affidi, tu governo? E cosa gli stai dicendo di mettere, per davvero, in quegli slogan? O ci sei, o ci fai, e non so quale è peggio a questo punto…

A chi cavolo l’hanno commissionata sta campagna pubblicitaria? Come siamo passati dalla ferilità alla maternità in maniera così fuorviante?
Ovvio che i due temi sono collegati, ma la semantica non esiste mica per bellezza: se vogliamo focalizzare il dibattito sulla fertilità gli strumenti concettuali a disposizione non possono e non devono essere interscambiabili con quelli usati per parlare di natalità o maternità.
Mi vuoi dire che la gente è ignorante e non sa quali sono i pericoli per la sua ferilità? Cosa rischia di renderti sterile? Come evitarlo, come metterci una pezza, quali miti da sfatare sull’efficacia della procreazione assistita? Ma sei il benvenuto, guarda, ti ascolto con piacere e mi fai un gran servizio.
Mi vuoi dire che la gente è ingenua, superficiale o capricciosa e non vuole fare figli? Ecco, statti zitto, che fai più bella figura.
Ma che statistiche hanno letto, che dati hanno raccolto? Come li hanno analizzati, per arrivare a questa conclusione?

Il fatto è che la discrepanza tra l’intenzione (perlomeno quella ufficiale) e la concreta realizzazione di questa prima campagna divulgativa è davvero enorme e la mia indignazione non è tanto sul messaggio da ultimo veicolato (che in gran parte, specie per quanto riguarda la connessione tra età e fertilità, non mi giunge affatto nuovo e invero già preme sulla mia psiche da anni, e per la restante parte classifico rapidamente come buffonate populiste completamente avulse dalla realtà), ma sul fatto che sia “questo” il messaggio veicolato e non “quello” che sembrava essere nelle intenzioni.
Ovvero, come cazzo vengono spesi i nostri soldi pubblici se non siete nemmeno capaci di dirmi quello che avete intenzione di dirmi in maniera efficace? Quando poi lo dovete realizzare, quello che avete intenzione di realizzare e che mi avete cercato di dire prima, quanto mi devo preoccupare? In che mani siamo?
In che mani vi mettete, quando date gli appalti, se una cavolo di campagna pubblicitaria non la sapete commissionare? Chiunque avrebbe capito che quelle cartoline non erano appropriate e infatti chiunque l’ha capito.
Chi è che le ha esaminate, prima di darle in pasto al pubblico? Parliamo di una campagna del governo, mica del compito della terza C…
Ora la ministra dice che lei si occupa di sanità e il messaggio era legato a problematiche di natura sanitaria, mentre per quelle di economia, famiglia e codizioni lavorative e sociali (e scolastiche, aggiungerei io) in generale ci sono altri ministeri competenti.
E io sono pure d’accordo in linea teorica, ma se i tuoi slogan non parlavano di questioni medico-sanitarie, ma di creatività, ingenua o ignorante attesa, diritti e beni comuni, aspettative e desideri intimi e personali come la quantità di figli voluti, vuol dire che hai affidato la loro creazione a degli emeriti incapaci e, quindi, incapace ti sei dimostrata pure tu, in questo frangente.
Chiedi scusa, dato che sei al servizio dei cittadini e questo è stato proprio un brutto lavoro, e cerca di fare meglio e recuperare la fiducia dei tuoi datori di lavoro. Ché tante volte, invece di dire “non avete capito”, basta dire “ci siamo spiegati male”,  e si fa prima e si fa meglio. Se il presupposto è l’umiltà e il rispetto. E sarebbe bello se la classe politica cominciasse a lavorare anche su questi, di concetti… Ma mi sa che ora sto farneticando davvero…

Non lo so, non lo so se mi sono fatta chiarezza, sulla mia delusione e la mia rabbia come cittadina, prima e forse più che come donna.
Forse sono esagerata, forse sono ipocrita, forse sono solo confusa e ho bisogno di un capro espiatorio per altre frustrazioni.
Ogni tanto vorrei essere più cinica, o almeno più realista, e invece mi ritrovo ancora a sperare che chi guida e presiede e gestisce la cosa pubblica, e quindi in parte anche la mia vita, sia una persona capace che vuole fare il meglio per tutti, con precisione ed impegno.

E vabbè…

Tutti i miei colori

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Dopo tutti i cieli dell’anno scorso, quest’anno ho deciso di volgere lo sguardo verso qualcosa di più vicino e ho pensato di inquadrare i colori delle mie giornate, puntando l’obiettivo verso qualcosa che fosse significativamente “mio”, in quel giorno e così è nato #mypersonalrainbowproject2016

A due mesi dall’inizio dell’anno, posso constatare che si tratta per lo più di cose da mangiare e ciò non mi sorprende affatto!
Ho un sacco di verde e di arancione, nel mio arcobaleno, ho ancora qualche azzurro che mi sorrideva mentre correvo e spero di averne molti altri durante l’anno, ho anche qualche tinta anomala e poco omogenera che però non poteva fare a meno di essere il mio colore, quel giorno lì.

L’anno scorso mi sono presa un sacco di bei respiri, guardando all’insù… quest’anno voglio dedicarmi un sacco di sorrisi, guardando alle piccole gioie di tutti i giorni…

 

 

 

Disordine bisestile

IMG_20160126_204222Arrivo alla fine di febbraio e ancora una volta mi trovo a constatare che il tempo vola, sfugge, passa molto più veloce di quanto mi sembrasse una volta e io non riesco a riempire le giornate di quello che vorrei, anche se poi, se mi guardo indietro, sono comunque abbastanza contenta di come le ho riempite…
Oggi mi scappava da ridere pensando che ogni singola stanza di casa è in disordine: dalla cucina alla camera, dal bagno al corridoio, e ovviamente nello studio in cui infilo tutto ciò che non ha a che fare con le altre stanze, in diversi ordini di grandezza la confusione regna ormai sovrana e io la lascio fare, perché alla fine tra le varie battaglie è quella che mi va meno di combattere, anche se probabilmente sarebbe la più rapida da vincere… è che la confusione è una vecchia amica e io le sono effettivamente un po’ affezionata…